21 marzo 2017

FINIRA' TUTTO NELLA SPAZZATURA

Con mio grande stupore, mi accorgo di quanto molti dei miei conoscenti siano legati alle cose materiali, la ROBA per dirla alla maniera del buon Verga.
Mio papà era legatissimo alle sue cose, ai suoi spazi, alla casa, e questo lo ha reso vincolato nel suo modo di vivere, si badi bene che era di quelli accumulatori ordinatissimi e profumatissimi per cui tutto aveva un posto, una logica e un senso, e per il quale la felicità era il suo studio insieme ai suoi ritagli e miriade di libri meravigliosi e paia di calzini.
Silvia non aveva legami con le cose, non ne aveva cura, se si rompe si butta, era il suo motto.
La cosa orrenda è che se certe cose si rompono, poi non si possono aggiustare.
Tipo il mio cuore, per esempio, è rotto per sempre e così me lo devo tenere.
Ma non divaghiamo.
Io non sono una accumulatrice come papà, e sempre piu' riesco a sbarazzarmi delle cose senza colpo ferire.
Vestiti bucati da unghie di gatto? Raus!, Via nel saccone nero.
Scarpe punta quadrata di pellaccia fuori moda? Mercatino o Caritas o butto tutto nel bidone.
Professione svuota cassetti è il mio quinto nome.
Presto e spero il prima possibile mi sbarazzero' di molti libri che non mi servono e che sono fermi da anni a prelevare polvere di casa mia.
Il Kindle è la cosa piu' bella che potesse capitarmi.
Marie Kondo mi fa una pippa. Scansàte Marie, vai a fare la lavatrice delle cose che non hai, io sono impegnata a svuotare e ordinare e non accumulare. Neanche le cose che amo.

Ho anche comprato l'orsetto nichilista, per ricordarmi che prima o dopo finiremo tutti nel cestino della spazzatura, e allora a cosa serve accumulare roba che finirà nel cestino con noi?
 (anche l'orsetto ci finirà, è inutile che rida come un fesso).

Dove acquistarlo
Nulla ci appartiene, gli oggetti, le persone amate, le città, le case, gli animali, i figli, la vita stessa.
Facciamo un viaggio, lungo, corto, con gioia, con dolore, siamo destinati, a cosa non è dato sapere, io per lo meno non lo so.
Quello che so è che arrivati a questo punto, io non vorrei possedere piu' di quello che già ho.
Da quando mi è cambiata la vita che ora è una vita fatta di minuti e di non progetti, non ho piu' la spinta verso le cose, non mi dà soddisfazione il nuovo acquisto, l'oggetto, la scarpa, la trousse di trucchi, non ho davvero bisogno di nulla.
Quello di cui ho bisogno, non si puo' comprare.

Mio marito e la mia mamma mi spingono verso l'acquisto di una casa a Roma, sia pure con tutti i dovuti sacrifici del caso.
Avere una casa di proprietà a Roma è stato uno dei desideri piu' grandi della mia vita per quasi venti anni ma, dopo la morte di Silvia, mi chiedo che senso abbia, cosa debba spingermi all'acquisto, allo sbattimento, a mettere radici in una città che non sarà mai la mia, in cui non ho famiglia e non ne costruiro' una tutta mia.

Mi piace la mia casa in affitto sgarrupata, mi piacciono i pochi mobili cascanti e demodè, mi piace il divano bucato, le mattonelle di marmo, le finestre di legno tarlate.
In quella casa, con poche pochissime cose, e con mio marito e i miei gatti, io sono al mio posto.

Aiutatemi a farmi tornare la voglia di avere una spinta verso le cose materiali e verso il cambiamento.
Sono troppo giovane per smettere.


15 febbraio 2017

MARE DENTRO

Se non fossi mai nata non avrei visto il mio primo concerto degli U2, mentre senza una scarpa e in mezzo ad una folla di duecentomila persone, da diciottenne folle cantavo "In the name of Love" sotto lo sguardo compiaciuto di Bono, che, sono sicura, guardava solo me.
Non mi sarei innamorata di Londra, e dell'Europa tutta, della sua cultura, della sua imponente magnificenza.
Non avrei provato il piacere di un ramen mangiato in piccolo paese giapponese di montagna.
Non avrei conosciuto l'immensità del Grand Canyon, il divertimento di Las Vegas, e non sarei mai salita su una Cable Car a San Francisco facendo su e giu' come nei polizieschi anni settanta.
Non sarei mai partita alla volta di New York, e non avrei mai scoperto che Brooklyn è mille volte meglio di Manhattan. Non avrei camminato per le strade del Connecticut insieme a mio zio, ricordando e scoprendo le radici della mia famiglia.
Non avrei mai nuotato con tartarughe e delfini dentro il caldo e trasparente mare messicano.
Non ci sarebbe stata una prima volta per fare l'amore, e la paura di restare incinta pur avendo usato il preservativo, non avrei provato il piacere della prima ubriacatura funesta e le vomitate del mattino dopo insieme alla Fabi. Non avrei perso la testa per i miei ex fidanzati, e non avrei conosciuto bellezza della convivenza tra fuorisede, non mi sarei diplomata, laureata, non avrei avuto una professione come la mia, la crescita, le opportunità, le trasferte di lavoro, Milano.
Non avrei vissuto a Roma, che basta dire Roma per capire di cosa io stia parlando, non avrei provato l'ebrezza di scoprire una luce sempre nuova di questa città, ogni giorno, per venti anni di fila.
Non avrei avuto il mio spazio, la mia casa, che non è mia, ma sento come tale ed è il mio rifugio e il mio guscio protettivo.
Non avrei visto la Cappella Sistina, San Pietro, o piu' banalmente, un quadro di Tiziano o del Caravaggio.
Non avrei ascoltato un certo tipo di musica da pelle d'oca, e letto libri che spaccano il cuore.
Soprattutto non avrei visto alcuni film che aprono anche le menti più ottuse.
Non avrei mai sognato di fronte alle mie montagne e vissuto al loro cospetto il giorno migliore della mia vita, il mio matrimonio.
Non avrei conosciuto il Santuomo, l'uomo migliore della terra in ogni senso possibile lo si possa inquadrare e descrivere, senza esagerare.
Non avrei passato certi momenti solo nostri, momenti di una perfezione assoluta e di una bellezza devastante.
Non avrei visto appalla una miriade di serie televisive con i gatti acciambellati sulla pancia e il marito russatore come vicino.
Non avrei capito la immensa bontà di alcuni cuori umani.
Non avrei vissuto l'adozione di mia nipote, e l'amore che si è portata dietro dall'India.
Non avrei incontrato mamma e papà, non avrei avuto il rapporto meraviglioso con la mia famiglia tutta, e non avrei mai conosciuto "l'uragano Silvia". Non avrei viaggiato con lei e non avrei mai cantato le mille canzoni che abbiamo cantato insieme.
Non l'avrei mai amata a tal punto, di un amore così forte da spezzare il fiato.
Non avrei scoperto quanto puo' essere divertente vivere con un gatto.
Ancora di piu' con due gatti.
Non avrei fatto shopping selvaggio in certi momenti di scazzo totale.
Non avrei conosciuto la bellezza delle piante, degli animali, della natura.
Non avrei mai saputo cosa sono i bambini quando sorridono a te, proprio a te. 
Non avrei capito la dolcezza che si prova nel cuore quando inizi a desiderarne uno.
Non avrei provato la gioia nel sentire il profumo del caffe' di prima mattina, quando il sole ancora debole si infila nelle tapparelle della cucina e allora capisci che è quasi giorno ed è il momento di iniziare.
Non avrei colto un certo tipo di irriverenza che sarebbe diventata la caratteristica della mia esistenza.
Non esisterebbe questo blog.
Non avrei le mie amiche, le mie colleghe, e il loro amore, e non avrei la possibilità di amarle.
Non apprezzerei il cibo e le sue infinite possibilità e combinazioni.
Non avrei provato la soddisfazione di amare lo sport e l'allenamento fisico e il piacere di una camminata nel verde.
Soprattutto se non fossi mai nata, non avrei visto il mare, mio elemento, mia forza e mia sostanza.

Nonostante tutto questo, non passa giorno in cui io desideri fortemente e ostinatamente, essere morta.

Mar adentro,

mar adentro.
Y en la ingravidez del fondo

donde se cumplen los sueños

se juntan dos voluntades

para cumplir un deseo.
Un beso enciende la vida

con un relámpago y un trueno

y en una metamorfosis

mi cuerpo no es ya mi cuerpo,
es como penetrar al centro del universo.
El abrazo más pueril

y el más puro de los besos

hasta vernos reducidos

en un único deseo.
Tu mirada y mi mirada

como un eco repitiendo, sin palabras

‘más adentro’, ‘más adentro’

hasta el más allá del todo
por la sangre y por los huesos.
Pero me despierto siempre

y siempre quiero estar muerto,

para seguir con mi boca

enredada en tus cabellos.



23 gennaio 2017

SE ALMENO FOSSI MAGRA

Prima di settembre 2015 ero quasi sulla soglia dell'obesità. Una felice donna di 36 anni in sovrappeso che buttava soldi e sudore in nutrizionista e camminate senza alcun risultato degno di nota.
Dopo i 77 chili raggiunti con fatica e sudore nel 2013, la scelta di smettere di fumare le aveva fatto riprendere una decina di chili, ma il periodo vitale e poderoso che ne era scaturito la aveva convinta che si' , meglio il culo a mongolfiera che i polmoni bucati.
Poi il trauma e le bombe atomiche sganciate dalla vita sulla mia vita mi hanno portata ad un dimagrimento forzato di 8-10 chili e ad una ripresa lenta ed inesorabile degli stessi nel giro di pochi mesi.
Sono ormai di nuovo un 'obesa di primo grado secondo le statistiche, e lo so che non si vede e lo so che sono figa e lo so che ci ho altro a cui pensare, ma questo blog è nato per questo, la gatta va ancora al lardo, per cui lo devo dire.
MI RODE ABBONDANTEMENTE IL CULO.
La cosa fa ridere, lo so, ho altro a cui pensare.
Pero' sappiate che:
la mente malata di una donna malata di obesità se pur lieve,
VUOLE PERDERE PESO IN OGNI CASO,
 nonostante i megacazzi della propria esistenza.

La mente malata afferma:

SE ALMENO FOSSI MAGRA.

Guardiamoci in faccia. Lotto con l'obesità e il sovrappeso e i sali scendi dall'adolescenza, la storia è nota, basta andare a ritroso nel blog.
Il problema non è il peso in se', il culo felliniano, il doversi vestire in
negozi calibrati ma non troppo, la pesantezza di gambe, il fatto di aver ricominciato l'allenamento con l'home fitness e di non vedere alcun risultato, perchè cazzo ti alleni a fare se comunque magni come un bovino all'ingrasso?
Non conta neanche aver cercato un minimo di equilibrio in questo mondo che è la mia vita parallela in cui si vive di morte senza prospettive, in cui si cerca di non buttarsi nell'autodistruzione perchè sai bene che sarebbe peggio.
MA.
Pensare positivo non serve a perdere peso.
Sono grassa, ed è un dato di fatto che dura da oltre quindici anni.
E io mi sarei scassata i coglioni di non essere anche solo una banale 46.
E' così difficile?

Io credo che tutto quello che ho cercato di fare con il cibo e per il cibo e intorno al cibo in questa mia vita è darmi la possibilità di perdere il controllo almeno in quel settore li.

E io ho bisogno di perdere il controllo.

La cosa davvero assurda è che parlare di questa minchiata del peso mi rende contenta.
Sono contenta perchè mi interessa perdere peso, mi interessa soffrire perchè sono brutta e grassa,
mi interessa essere incazzata con lo specchio. 
E mi interessa perchè quella sono di nuovo profondamente io.

NUDO ALLO SPECCHIO - BOTERO

20 dicembre 2016

SONG OF THE OPEN ROAD


Whitman era il poeta che Silvia preferiva, lo amava spasmodicamente e quando eravamo adolescenti teneva Foglie d'Erba sotto il cuscino, ci dormiva e sottolineava, sottolineava e lo metteva di nuovo sotto il cuscino.
M chiedevo che ci trovasse, negli anni novanta era tutto Walt Whitman,  O Capitano mio Capitano e banali attimi fuggenti, mentre io, ragazzetta di quindici anni, così snob nei confronti delle mode, amavo Pirandello e The Catcher in the Rye, e male sopportavo quella roba ripetitiva e sdolcinata. (che poi quel film lo trovavo lagnoso, quel cretinaccio che in una altra vita televisiva sarebbe diventato l'amico del dott. House finiva per suicidarsi, mentre il professore avrebbe fatto la stessa fine molti anni dopo nella vita reale, quindi sì, detestavo il cogli l'attimo dei miei coglioni anche se  è vero, bisogna coglierlo)

Ho ritrovato Foglie d'Erba, era di papà, nella libreria di mia sorella, nella casa in cui sono nata e cresciuta.
L'ho aperto e ho pescato a casaccio la ballata che copio sotto, ed è bellissima.
In questi giorni il dolore che porto nel cuore mi sta frantumando il petto.
Cerco di cacciare via la bestia, lo dice Polly che di dolore ne sa abbastanza, ma sa anche di gioia e di rinascita.
Il problema è che non posso vivere alle mie condizioni, non riesco a stare bene, non ci riesco nei termini canonici dello stare bene. 
E allora lascio qui la mia anima a macerare, ma voglio pensare che un giorno diventero' ottimista come Walt, forte come le donne della mia famiglia, che portero' dietro questo dolore come una risorsa e non come un Cristo in Croce, perchè io mi sono sinceramente frantumata i coglioni di stare male e non so quanto una animo umano di 38 anni debba dover sopportare prima di esplodere definitivamente.
Non è giusto.
Qui sul blog non si parlerà piu' della mia vicenda personale, il mio dolore resterà nella vita reale.

Auguro a tutti voi di non attendere piu' il colpo di culo e le buone notizie, 
 ma di essere voi il vostro colpo di culo.

Buon Natale.

Walt Whitman l'ottimista

A piedi e con cuore leggero m'avvio per libera strada,
In piena salute e fiducia, il mondo offertomi innanzi,
Il lungo sentiero marrone pronto a condurmi ove voglia.
D'ora in avanti non chiedo più buona fortuna, sono io la buona fortuna
D'ora in avanti non voglio più gemere, non più rimandare, non ho più bisogno di nulla,
Finiti i lamenti celati, le biblioteche, le querule critiche,
Forte e contento m'avvio per libera strada.

Afoot and light-hearted I take to the open road, 
Healthy, free, the world before me, 
The long brown path before me leading wherever I choose. 
Henceforth I ask not good-fortune, I myself am good-fortune, 
Henceforth I whimper no more, postpone no more, need nothing, 
Done with indoor complaints, libraries, querulous criticisms, 
Strong and content I travel the open road. 

Walt Whitman (1819-1892)
Il seguito se volete qui.





5 dicembre 2016

LA MIA STORIA (NON) A LIETO FINE

Vorrei dirvi che sto bene, che la prospettiva di vivere senza metà della mia famiglia di origine è allettante quanto un dito perennemente conficcato nell'occhio (e non diciamo altro) o un film di Gabriele Muccino visto alle tre di notte.
Invece non sto bene per niente. 
Continua la sagra dell'infelicità, e in mezzo a questa sagra ci sono un milione di motivi per farla finita. Ci sono un milione di frammentati pensieri di morte al giorno, e in questo milione di pensieri c'è la voce che non sentiro' piu', e tutti i miei primi 36 anni e mezzo di vita che sono rimasti lì, a vegetare nel passato.
E' vero, occorre vivere nel presente, finche' ci siamo, ma io non sono molto brava. Imparo a fatica e questo presente fa piuttosto cacare, quindi ecco, vivere nel presente è vivere nella merda.
Io credevo molto nella forza del passato, dalle mie radici, della mia famiglia e della me da bambina, da adolescente, da adulta. Credevo nella forza che la costruzione puo' lasciare nella vita di ciascuno di noi.
Credevo di essere onnipotente. Credevo di poter controllare la mia vita, di poter controllare la morte, in un modo malato e viscerale. Ci credevo, forse più di chi crede in Dio per chi ha la fede, o di chi crede nell'amore incondizionato per i figli, per chi ha un figlio. 
Ci sono cose in cui credi per darti coraggio, probabilmente è la filosofia del tanto a me non succede che ci consente di andare avanti.
Credevo di poter controllare la vita, ma non si puo' controllare un fico secco, non siamo qui sulla terra per controllare o per reggere le fondamenta di un palazzo che è la nostra esistenza.
La nostra esistenza non è un palazzo. E' solo vita, e non possiamo immaginarla. 
Eppure lo facciamo in continuazione.
Il mio terapeuta dice che ho il cervello che non si ferma mai, è vero, non ho pero' ancora imparato a fermarlo, a lasciarlo perdere, a lasciarlo camminare.
Perchè siamo qui mi non è dato sapere.
Io forse sono qui per comprare rossetti inutili e per amare Londra, per accarezzare i miei gatti e mangiare schifezze. Sono qui per parlare cinque volte al giorno con mamma perchè ho paura di perderla, per andare per locali con mio marito alla ricerca della cena perfetta. Per vedere serie Tv a raffica, perchè di libri ne compro a bizzeffe, ma non ho voglia di leggere la parola fine.
Sono qui per fare ginnastica ogni mattina, e ricordare lei che era una sportiva, e per mangiare cioccolata e biscotti ad ogni ora del giorno perchè che vita sarebbe senza dolciumi.
Sono qui per non procreare perchè io e il Santuomo siamo brave persone ma non abbiamo piu' il coraggio di dare la vita, dare la vita vuol dire dare la gioia ma anche potenziale dolore.
E lui vorrebbe tanto fare il papà, ma io non voglio piu' fare la mamma da quando ho visto la mia perdere una figlia. Non voglio piu'. Forse non l'ho mai voluto.
A quasi 38 anni mi sento di dire che questo è il mio destino, in questo destino non c'è un figlio, esattamente come non ci sarà una sorella amatissima, anche se c'è stata.

Questi miei giorni, sereni o disperati,  sono come un panno intriso di acqua sporca, sporchissima
Basta strizzare ed esce il dolore.


7 novembre 2016

QUELLO CHE SERVE

L'invidia, soprattutto quella per la vita di PRIMA non serve;
La gelosia per chi ha una famiglia normale, non serve;
Il rimpianto per chi non c'è piu', non serve;
Mangiare chili di biscotti pensando di colmare il vuoto, non serve;
Non andare al cimitero, non serve;
L'isolamento, non serve;
Pensare agli amici che hanno scelto di non starti accanto, non serve;

Riuscire a stare nel dolore, serve.
Essere molto incazzati, serve
Servono le fusa dei gatti.
Avere una madre come la mia, una sorellastra come la mia, una nipote come la mia, serve;
Un marito straordinario come il mio, serve;
Londra, serve;
Serve una casa accogliente. Serve un morbidissimo piumone;
Il trucco e la cura della propria bellezza, della giovinezza, della femminilità, servono;
Serve la compagnia delle persone, quelle giuste.
Serve cantare, se una canzone ti prende
Serve soprattutto, la musica










27 ottobre 2016

LA COSA CHE FA DAVVERO BENE

E' sapere che ad un certo punto il corpo in ogni sua fibra si rifiuta di stare male, e inizia a stare bene, contro ogni logica e volontà.

19 ottobre 2016

OLIMPIADI

Nella vita c'è chi vince, c'è chi perde, è così da che esiste il mondo, soprattutto da che esiste il mondo occidentale. Nel mondo occidentale siamo in gara. Mi scrivono che la vita non è una gara, ma i fatti  lo smentiscono.
Siamo tutti li' a svegliarci la mattina, e ad essere grati per quello che abbiamo conquistato o ci è stato donato, o incazzati per quello che abbiamo perso.
Siamo li' a guardarci allo specchio e a chiederci come sta andando la nostra vita rispetto a quella degli altri. E' un errore lo so, ma quasi tutti commettono questo errore.
Per lo meno io lo faccio, sono una ragazzina di quasi 38 anni, mi rendo conto, è il mio difetto.
Sto cercando di maturare, sto cercando di cambiare.
Io e mamma abbiamo vinto da tanti punti di vista, abbiamo perso tanto, troppo.
Mia madre ha perso una figlia e questo è inaccettabile, ma qui non si tratta di accettare, si tratta di vivere contro natura e di dire ogni giorno, va bene così, viviamo nel dolore, ma viviamo.

Quello che non mi spiego è come tanti, troppi di coloro che dovevano restare nelle nostre vite si siano volatilizzati. Scomparsi. Non parlo di frequentazione abituale, parlo di un sentimento e di un pensiero che se c'è si sente tutto, e se non c'è lascia voragini incredibili.
L'assenza è una fortissima presenza.
Lo so io, che la vivo quotidianamente per chi disperatamente non c'è piu'.
Ma la vivo anche nei contronti di persone che dovrebbero stare accanto e non ci sono.
Stare accanto si può fre in milioni di modi.
Chi non lo ha fatto è stato incapace di farlo.
Chi lo ha fatto all'inizio e poi si è arreso è stato incapace due volte.
Chi c'è c'è sempre stato.
Non pensate che io non sia consapevole del fatto che abbia completamente scapocciato.
Potevo fare di meglio, potevo fare di peggio. Non è dato sapere.
L'unica cosa che so è che per me non finisce qui.
Non funziona che ora è passato un anno ed è passato il peggio.
E sapere che tanti sono davvero andati via fa molto male.
Ecco volevo scriverlo qui.
Che un gesto di affetto, una parola, un pensiero, un come stai non fanno male.
Magari penserete che non servono ad un cazzo.
E non è per nulla così.
Lo so che non è facile starmi vicino. Lo so.
Perchè io sono la verità, e la verità è che la vita è un Olimpiade, si vince e si perde.
E io ho perso.


11 ottobre 2016

LA COSA CHE FA DAVVERO MALE (PARTE TERZA)

E' che ad un certo punto, come dicono tutti, la quotidianità ti risucchia, riportandoti dentro pezzi di normalità rassicurante.
La voglia di viaggiare per il mondo, la voglia di comprare casa, la voglia di fare shopping sfrenato, la lettura di libri frivoli, giornali, il mare, la montagna, quante pile di panni da stirare ho accumulato sulle sedie del soggiorno?, Osservare le facce delle persone sulla metro, assorte sui loro telefonini, immaginare la loro normalità, i pranzi con le colleghe, i continui pettegolezzi da ufficio, il lavorolavorolavoro, la donna delle pulizie, cosa cucino stasera, devo lavare le lenzuola, comprare delle tende nuove, mi piacciono quelle color senape che fanno molto anni cinquanta.

E ci sono quei tre quattro giorni che si infilano uno dietro l'altro piu' o meno bene, senza grossi intoppi e grandi crisi esistenziali.

ED E' DI QUESTI GIORNI CHE IO HO DAVVERO PAURA.

E pero' devo prenderli, devo succhiarne il nettare, questi giorni sono l'unica speranza dentro il mare in tempesta per la mia sopravvivenza. 

La cosa che fa davvero male è che ci credi davvero che stai andando meglio.

E poi il dolore ti sovrasta di nuovo, ma questo dolore qui è un dolore molto lucido, e il dolore lucido è incomprensibilmente difficile da gestire.

Il dolore lucido è solo l'inizio.

24 settembre 2016

UN ANNO

Premessa dell'autrice: post spietato ad alto contenuto di negatività, astenersi positivisti, perbenisti,  deboli di stomaco, fanatici di ogni religione, gente dal cuore debole, Pollyanne di ogni specie e natura.

Un anno fa, amore mio, la vita ha deciso che dovevo perderti e non rivederti piu'.
Ha deciso che saresti morta in un banale e scivoloso incidente stradale mattutino mentre ti recavi al lavoro.
La vita ha deciso anche di farmelo scoprire casualmente su facebook intorno alle 11.00 di un qualsiasi giovedì mattina allegro e sereno, ero per strada all'uscita di un controllo medico e stavo tornando in ufficio, e invece no, al lavoro non ci sono tornata, mi sono seduta sul ciglio della strada e ho chiamato Ciccio e mamma, senza voce. Ho accettato subito la verità. Non ho gridato, no non puo' essere. Chissà, forse perchè ho passato una vita ad avere il terrore di cose come questa, e avevo ragione, ad averne paura, perchè è toccato a me, alla fine.
Che buffonata, poi, scoprirlo in quel modo, non trovi, ma bisogna accettare, questo è il mondo in cui viviamo, questa è la morte violenta ai tempi del social network. 

Eccomi qui dopo un anno, il dolore è intatto, fermo, ho imparato a lasciarlo andare per le ore necessarie che mi servono alla sopravvivenza. Ho imparato a tenerlo stretto e ancora voglio imparare a starci molto, in questo dolore che non voglio cacciare via, perchè fa parte della mia vita, e negarlo sarebbe inutile e dannoso per me, e per quello che mi piacerebbe diventare. Non lo lascio andare perchè non ho ancora imparato a lasciare andare te, e l'unico modo che conosco ora per averti con me è questa sofferenza, che esige di essere vissuta interamente, senza sconti.

Amore mio, non posso dire di pensarti ogni minuto, posso dirti che sei con me anche se non ti penso, sei il fluido che scorre nelle vene e fai bene come una linfa e fai male come un veleno iniettato per uccidermi.

Vivo, che ti credi, ho ripreso la mia vita a pieno regime. Faccio colazione, bevo il mio caffè accarezzando i gatti, mi vesto, mi lavo, (lavatevi sempre, anche se sembra non ci sia speranza, voi fatelo, è cosa buona e giusta), mi trucco, vado a lavoro, lo faccio con passione, mi guardo allo specchio, ho i soliti dannati problemi di peso che non mi lasciano mai, nemmeno nella tragedia. Che palle.
Ho fatto tante cose in questo anno, ho capito l'intera vita dell'uomo e il suo profondo significato, (ovvero che non significa un cazzo, e siamo noi a dargli significato) la bellezza del cosmo e l'ingiustizia che vige sulla terra.

Ho capito cose che avrei fatto tranquillamente a meno di capire, ma ho dovuto, per andare avanti fino a dove è stato possibile fino ad ora.
Soprattutto ho capito di essere naturalmente infelice. In una maniera che non pensavo potesse esistere, in un modo totalizzante e violento, pieno come è piena la luna in certe bellissime sere.
Quando mi chiedono come stai, non ho ombra di dubbio, sento di essere e di poter rispondere solo quello.
Infelice.
Ho capito che questo stato di infelicità resterà. Un po' come chi ha una malattia cronica e deve tenersela a forza.
Amore mio, il problema non è questa infelicità naturale, il problema è che questa cosa non è socialmente accettata. Io devo guarire dal dolore, superare, elaborare, costruire.
Io pero' non ne ho la possibilità, nè la voglia.
Non sono depressa, te l'assicuro.
E' così è basta. La vita ha perso il suo senso. Non lo trovo. Punto.
Non credere che non abbia provato a cercare.
Mi sono sentita grata di averti avuta, forte, combattiva, onnipotente come i migliori pazzi che si rispettino, ho sentito la completa disperazione, sono entrata nel cervello degli aspiranti suicidi. 
Mi sono sentita morire, ininterrotamente, ogni minuto per un anno di fila.
Sono stata molto presuntuosa a rivolerti con me, ho sbattuto la testa contro il muro almeno 20 volte al giorno, poi 10, poi 5 , poi basta perchè si è ammalato papà e non ho potuto neanche vivere il lutto come si sarebbe dovuto vivere un lutto di queste proporzioni.  Ho perso anche lui, e ho sentito la sua liberazione dalla sofferenza, fisica e morale, e l'ho invidiato tanto, perchè ha avuto una vita meravigliosa e piena di amore e di significato, e avrei voluto essere io quella liberata.

Facciamo che ci credo anche io che faro' una vita degna, avro' la possibilità di ricostruirmi, con la dovuta applicazione e buona volontà.
E' questo che devo fare necessariamente nella vita giusto?
Essere felice.

E invece secondo me NO. 
Non funziona così, ma questo è un tabù.
Non è accettabile che nella vita ci sono i felici e gli infelici, punto.
Questa è la nostra cultura, questo è il nostro bisogno. Mentire a noi stessi, per sopravvivere.
Invece io ora so, come altri, che è possibile questa convivenza con l'infelicità.
E' necessaria per me, è importante farla sentire agli altri.

Ho smesso di giustificare il mio dolore, in questo mondo in cui essere nel dolore non è contemplato, non è una possibilità, non è LA SCELTA.
La scelta è rincorrere la vita, la felicità, la realizzazione, la serenità, eliminare il pensiero negativo.
La frustrazione che ne deriva dal fatto di non riuscire assolutamente a fare nulla delle cose di cui sopra è così grande che spiegarlo mi è impossibile, anche a te che mi capivi ancora prima di parlare, o forse tu mi avresti capita, perchè anche tu spesso eri nel dolore e non eri accettata per quello che sentivi.
Ma questo, amore mio, questo è un dolore che non puoi fermare, non lo scegli, arriva e basta, molti dicono che puoi scegliere cosa farne, ma dovrebbero mettersi seduti accanto a me, prendermi la mano, e leggere ogni cellula della mia anima per scoprirla completamente in pezzi, solo allora forse direbbero:
non puoi stare bene ora, lo capisco, non puoi uscire a divertirti ora, lo comprendo, resta dove vuoi essere, vivi come senti sia meglio per te.

Tutti gridano devi farcela, non hai scelta. Me lo diresti anche tu.
Ma non funziona così.
Funziona che ho il diritto sacrosanto di credere che sarò infelice per sempre.

Lo so, amore, scombino i piani di tanti che dicono che non deve funzionare così,
che la vita è più forte e alla fine trionferà.
Ma non è sempre vero, la tua morte lo smentisce, e allora forse sono fiera di me, perchè mi dico la verità con coraggio e continuo a svegliarmi la mattina e andare a dormire la sera e a dichiarare il mio amore a mia madre e a mio marito senza fingere che vada tutto bene.
Lascio al futuro la capacità di smentirmi, fino ad ora ho avuto ragione io, quando sapevo che avrei perso papà dopo di te, e avevo ragione io, quando ho pensato di aver perso la speranza di risollevarmi.
Sono una che macina giornate una dietro l'altra, sono una morta che cammina in mezzo a pezzetti di tregua e molta voglia di raggiungerti, e di mettermi vicino a te, in santa pace.

La mia vita di ora è fatta di questo, e credo di non essere l'unica sulla faccia della terra a sentirsi in questo modo, per una perdita così tragica, per un dolore così violento.
Solo che. Solo che penso alle povere anime che si sentono così, e non parlano di lutto morte bare perdita e altre schifezze del genere perchè sai non sta bene parlarne e soprattutto perchè la morte non esiste.

Se è vero che la felicità è una scelta, l'infelicità è un diritto, nel caso di tragedie vissute in prima persona. Ma questa affermazione è un tabu' per chi non sa cosa c'è dentro questa perdita, in questo caso la perdita dell'amore della propria vita, perchè non tutti sanno, e allora è bene ripetere, che se c'era una persona al mondo che non avrei dovuto perdere, quella eri tu, e non c'è bisogno di dire altro, non c'è bisogno di spiegare, chi ci conosceva insieme sa che legame avevamo.

Eppure amore mio, continuo disperatamente a cercare quel posto che mi riporti sulla terra, dove io possa incollare quello che è rotto, ma forse quel posto non è un luogo, quel posto è il tempo.

Nota dell'autrice:
Di seguito riporto quello che mi ha scritto Silvia in uno dei nostri interminabili scambi su whatsapp circa un mese e mezzo prima della sua morte, in una giornata che credevo allora molto buia mentre era piena di tutto quello che serviva alla vita.
Me ne ha scritte di cose così, ho scelto questa in particolare perchè lo considero il suo lascito, che smentisce ogni mia parola scritta qui sopra, e che rappresenta la ragione per cui continuo a svegliarmi ogni mattina e onorare il suo ricordo. Questo è quello che lei avrebbe voluto per me.

"Io vorrei farti dormire, ma come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà così anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani"

  • (Fedor Dostoevskij, Notti bianche.)"


Mia sorella Silvia, cinque giorni prima di morire.