5 dicembre 2016

LA MIA STORIA (NON) A LIETO FINE

Vorrei dirvi che sto bene, che la prospettiva di vivere senza metà della mia famiglia di origine è allettante quanto un dito perennemente conficcato nell'occhio (e non diciamo altro) o un film di Gabriele Muccino visto alle tre di notte.
Invece non sto bene per niente. 
Continua la sagra dell'infelicità, e in mezzo a questa sagra ci sono un milione di motivi per farla finita. Ci sono un milione di frammentati pensieri di morte al giorno, e in questo milione di pensieri c'è la voce che non sentiro' piu', e tutti i miei primi 36 anni e mezzo di vita che sono rimasti lì, a vegetare nel passato.
E' vero, occorre vivere nel presente, finche' ci siamo, ma io non sono molto brava. Imparo a fatica e questo presente fa piuttosto cacare, quindi ecco, vivere nel presente è vivere nella merda.
Io credevo molto nella forza del passato, dalle mie radici, della mia famiglia e della me da bambina, da adolescente, da adulta. Credevo nella forza che la costruzione puo' lasciare nella vita di ciascuno di noi.
Credevo di essere onnipotente. Credevo di poter controllare la mia vita, di poter controllare la morte, in un modo malato e viscerale. Ci credevo, forse più di chi crede in Dio per chi ha la fede, o di chi crede nell'amore incondizionato per i figli, per chi ha un figlio. 
Ci sono cose in cui credi per darti coraggio, probabilmente è la filosofia del tanto a me non succede che ci consente di andare avanti.
Credevo di poter controllare la vita, ma non si puo' controllare un fico secco, non siamo qui sulla terra per controllare o per reggere le fondamenta di un palazzo che è la nostra esistenza.
La nostra esistenza non è un palazzo. E' solo vita, e non possiamo immaginarla. 
Eppure lo facciamo in continuazione.
Il mio terapeuta dice che ho il cervello che non si ferma mai, è vero, non ho pero' ancora imparato a fermarlo, a lasciarlo perdere, a lasciarlo camminare.
Perchè siamo qui mi non è dato sapere.
Io forse sono qui per comprare rossetti inutili e per amare Londra, per accarezzare i miei gatti e mangiare schifezze. Sono qui per parlare cinque volte al giorno con mamma perchè ho paura di perderla, per andare per locali con mio marito alla ricerca della cena perfetta. Per vedere serie Tv a raffica, perchè di libri ne compro a bizzeffe, ma non ho voglia di leggere la parola fine.
Sono qui per fare ginnastica ogni mattina, e ricordare lei che era una sportiva, e per mangiare cioccolata e biscotti ad ogni ora del giorno perchè che vita sarebbe senza dolciumi.
Sono qui per non procreare perchè io e il Santuomo siamo brave persone ma non abbiamo piu' il coraggio di dare la vita, dare la vita vuol dire dare la gioia ma anche potenziale dolore.
E lui vorrebbe tanto fare il papà, ma io non voglio piu' fare la mamma da quando ho visto la mia perdere una figlia. Non voglio piu'. Forse non l'ho mai voluto.
A quasi 38 anni mi sento di dire che questo è il mio destino, in questo destino non c'è un figlio, esattamente come non ci sarà una sorella amatissima, anche se c'è stata.

Questi miei giorni, sereni o disperati,  sono come un panno intriso di acqua sporca, sporchissima
Basta strizzare ed esce il dolore.


7 novembre 2016

QUELLO CHE SERVE

L'invidia, soprattutto quella per la vita di PRIMA non serve;
La gelosia per chi ha una famiglia normale, non serve;
Il rimpianto per chi non c'è piu', non serve;
Mangiare chili di biscotti pensando di colmare il vuoto, non serve;
Non andare al cimitero, non serve;
L'isolamento, non serve;
Pensare agli amici che hanno scelto di non starti accanto, non serve;

Riuscire a stare nel dolore, serve.
Essere molto incazzati, serve
Servono le fusa dei gatti.
Avere una madre come la mia, una sorellastra come la mia, una nipote come la mia, serve;
Un marito straordinario come il mio, serve;
Londra, serve;
Serve una casa accogliente. Serve un morbidissimo piumone;
Il trucco e la cura della propria bellezza, della giovinezza, della femminilità, servono;
Serve la compagnia delle persone, quelle giuste.
Serve cantare, se una canzone ti prende
Serve soprattutto, la musica










27 ottobre 2016

LA COSA CHE FA DAVVERO BENE

E' sapere che ad un certo punto il corpo in ogni sua fibra si rifiuta di stare male, e inizia a stare bene, contro ogni logica e volontà.

19 ottobre 2016

OLIMPIADI

Nella vita c'è chi vince, c'è chi perde, è così da che esiste il mondo, soprattutto da che esiste il mondo occidentale. Nel mondo occidentale siamo in gara. Mi scrivono che la vita non è una gara, ma i fatti  lo smentiscono.
Siamo tutti li' a svegliarci la mattina, e ad essere grati per quello che abbiamo conquistato o ci è stato donato, o incazzati per quello che abbiamo perso.
Siamo li' a guardarci allo specchio e a chiederci come sta andando la nostra vita rispetto a quella degli altri. E' un errore lo so, ma quasi tutti commettono questo errore.
Per lo meno io lo faccio, sono una ragazzina di quasi 38 anni, mi rendo conto, è il mio difetto.
Sto cercando di maturare, sto cercando di cambiare.
Io e mamma abbiamo vinto da tanti punti di vista, abbiamo perso tanto, troppo.
Mia madre ha perso una figlia e questo è inaccettabile, ma qui non si tratta di accettare, si tratta di vivere contro natura e di dire ogni giorno, va bene così, viviamo nel dolore, ma viviamo.

Quello che non mi spiego è come tanti, troppi di coloro che dovevano restare nelle nostre vite si siano volatilizzati. Scomparsi. Non parlo di frequentazione abituale, parlo di un sentimento e di un pensiero che se c'è si sente tutto, e se non c'è lascia voragini incredibili.
L'assenza è una fortissima presenza.
Lo so io, che la vivo quotidianamente per chi disperatamente non c'è piu'.
Ma la vivo anche nei contronti di persone che dovrebbero stare accanto e non ci sono.
Stare accanto si può fre in milioni di modi.
Chi non lo ha fatto è stato incapace di farlo.
Chi lo ha fatto all'inizio e poi si è arreso è stato incapace due volte.
Chi c'è c'è sempre stato.
Non pensate che io non sia consapevole del fatto che abbia completamente scapocciato.
Potevo fare di meglio, potevo fare di peggio. Non è dato sapere.
L'unica cosa che so è che per me non finisce qui.
Non funziona che ora è passato un anno ed è passato il peggio.
E sapere che tanti sono davvero andati via fa molto male.
Ecco volevo scriverlo qui.
Che un gesto di affetto, una parola, un pensiero, un come stai non fanno male.
Magari penserete che non servono ad un cazzo.
E non è per nulla così.
Lo so che non è facile starmi vicino. Lo so.
Perchè io sono la verità, e la verità è che la vita è un Olimpiade, si vince e si perde.
E io ho perso.


11 ottobre 2016

LA COSA CHE FA DAVVERO MALE (PARTE TERZA)

E' che ad un certo punto, come dicono tutti, la quotidianità ti risucchia, riportandoti dentro pezzi di normalità rassicurante.
La voglia di viaggiare per il mondo, la voglia di comprare casa, la voglia di fare shopping sfrenato, la lettura di libri frivoli, giornali, il mare, la montagna, quante pile di panni da stirare ho accumulato sulle sedie del soggiorno?, Osservare le facce delle persone sulla metro, assorte sui loro telefonini, immaginare la loro normalità, i pranzi con le colleghe, i continui pettegolezzi da ufficio, il lavorolavorolavoro, la donna delle pulizie, cosa cucino stasera, devo lavare le lenzuola, comprare delle tende nuove, mi piacciono quelle color senape che fanno molto anni cinquanta.

E ci sono quei tre quattro giorni che si infilano uno dietro l'altro piu' o meno bene, senza grossi intoppi e grandi crisi esistenziali.

ED E' DI QUESTI GIORNI CHE IO HO DAVVERO PAURA.

E pero' devo prenderli, devo succhiarne il nettare, questi giorni sono l'unica speranza dentro il mare in tempesta per la mia sopravvivenza. 

La cosa che fa davvero male è che ci credi davvero che stai andando meglio.

E poi il dolore ti sovrasta di nuovo, ma questo dolore qui è un dolore molto lucido, e il dolore lucido è incomprensibilmente difficile da gestire.

Il dolore lucido è solo l'inizio.

24 settembre 2016

UN ANNO

Premessa dell'autrice: post spietato ad alto contenuto di negatività, astenersi positivisti, perbenisti,  deboli di stomaco, fanatici di ogni religione, gente dal cuore debole, Pollyanne di ogni specie e natura.

Un anno fa, amore mio, la vita ha deciso che dovevo perderti e non rivederti piu'.
Ha deciso che saresti morta in un banale e scivoloso incidente stradale mattutino mentre ti recavi al lavoro.
La vita ha deciso anche di farmelo scoprire casualmente su facebook intorno alle 11.00 di un qualsiasi giovedì mattina allegro e sereno, ero per strada all'uscita di un controllo medico e stavo tornando in ufficio, e invece no, al lavoro non ci sono tornata, mi sono seduta sul ciglio della strada e ho chiamato Ciccio e mamma, senza voce. Ho accettato subito la verità. Non ho gridato, no non puo' essere. Chissà, forse perchè ho passato una vita ad avere il terrore di cose come questa, e avevo ragione, ad averne paura, perchè è toccato a me, alla fine.
Che buffonata, poi, scoprirlo in quel modo, non trovi, ma bisogna accettare, questo è il mondo in cui viviamo, questa è la morte violenta ai tempi del social network. 

Eccomi qui dopo un anno, il dolore è intatto, fermo, ho imparato a lasciarlo andare per le ore necessarie che mi servono alla sopravvivenza. Ho imparato a tenerlo stretto e ancora voglio imparare a starci molto, in questo dolore che non voglio cacciare via, perchè fa parte della mia vita, e negarlo sarebbe inutile e dannoso per me, e per quello che mi piacerebbe diventare. Non lo lascio andare perchè non ho ancora imparato a lasciare andare te, e l'unico modo che conosco ora per averti con me è questa sofferenza, che esige di essere vissuta interamente, senza sconti.

Amore mio, non posso dire di pensarti ogni minuto, posso dirti che sei con me anche se non ti penso, sei il fluido che scorre nelle vene e fai bene come una linfa e fai male come un veleno iniettato per uccidermi.

Vivo, che ti credi, ho ripreso la mia vita a pieno regime. Faccio colazione, bevo il mio caffè accarezzando i gatti, mi vesto, mi lavo, (lavatevi sempre, anche se sembra non ci sia speranza, voi fatelo, è cosa buona e giusta), mi trucco, vado a lavoro, lo faccio con passione, mi guardo allo specchio, ho i soliti dannati problemi di peso che non mi lasciano mai, nemmeno nella tragedia. Che palle.
Ho fatto tante cose in questo anno, ho capito l'intera vita dell'uomo e il suo profondo significato, (ovvero che non significa un cazzo, e siamo noi a dargli significato) la bellezza del cosmo e l'ingiustizia che vige sulla terra.

Ho capito cose che avrei fatto tranquillamente a meno di capire, ma ho dovuto, per andare avanti fino a dove è stato possibile fino ad ora.
Soprattutto ho capito di essere naturalmente infelice. In una maniera che non pensavo potesse esistere, in un modo totalizzante e violento, pieno come è piena la luna in certe bellissime sere.
Quando mi chiedono come stai, non ho ombra di dubbio, sento di essere e di poter rispondere solo quello.
Infelice.
Ho capito che questo stato di infelicità resterà. Un po' come chi ha una malattia cronica e deve tenersela a forza.
Amore mio, il problema non è questa infelicità naturale, il problema è che questa cosa non è socialmente accettata. Io devo guarire dal dolore, superare, elaborare, costruire.
Io pero' non ne ho la possibilità, nè la voglia.
Non sono depressa, te l'assicuro.
E' così è basta. La vita ha perso il suo senso. Non lo trovo. Punto.
Non credere che non abbia provato a cercare.
Mi sono sentita grata di averti avuta, forte, combattiva, onnipotente come i migliori pazzi che si rispettino, ho sentito la completa disperazione, sono entrata nel cervello degli aspiranti suicidi. 
Mi sono sentita morire, ininterrotamente, ogni minuto per un anno di fila.
Sono stata molto presuntuosa a rivolerti con me, ho sbattuto la testa contro il muro almeno 20 volte al giorno, poi 10, poi 5 , poi basta perchè si è ammalato papà e non ho potuto neanche vivere il lutto come si sarebbe dovuto vivere un lutto di queste proporzioni.  Ho perso anche lui, e ho sentito la sua liberazione dalla sofferenza, fisica e morale, e l'ho invidiato tanto, perchè ha avuto una vita meravigliosa e piena di amore e di significato, e avrei voluto essere io quella liberata.

Facciamo che ci credo anche io che faro' una vita degna, avro' la possibilità di ricostruirmi, con la dovuta applicazione e buona volontà.
E' questo che devo fare necessariamente nella vita giusto?
Essere felice.

E invece secondo me NO. 
Non funziona così, ma questo è un tabù.
Non è accettabile che nella vita ci sono i felici e gli infelici, punto.
Questa è la nostra cultura, questo è il nostro bisogno. Mentire a noi stessi, per sopravvivere.
Invece io ora so, come altri, che è possibile questa convivenza con l'infelicità.
E' necessaria per me, è importante farla sentire agli altri.

Ho smesso di giustificare il mio dolore, in questo mondo in cui essere nel dolore non è contemplato, non è una possibilità, non è LA SCELTA.
La scelta è rincorrere la vita, la felicità, la realizzazione, la serenità, eliminare il pensiero negativo.
La frustrazione che ne deriva dal fatto di non riuscire assolutamente a fare nulla delle cose di cui sopra è così grande che spiegarlo mi è impossibile, anche a te che mi capivi ancora prima di parlare, o forse tu mi avresti capita, perchè anche tu spesso eri nel dolore e non eri accettata per quello che sentivi.
Ma questo, amore mio, questo è un dolore che non puoi fermare, non lo scegli, arriva e basta, molti dicono che puoi scegliere cosa farne, ma dovrebbero mettersi seduti accanto a me, prendermi la mano, e leggere ogni cellula della mia anima per scoprirla completamente in pezzi, solo allora forse direbbero:
non puoi stare bene ora, lo capisco, non puoi uscire a divertirti ora, lo comprendo, resta dove vuoi essere, vivi come senti sia meglio per te.

Tutti gridano devi farcela, non hai scelta. Me lo diresti anche tu.
Ma non funziona così.
Funziona che ho il diritto sacrosanto di credere che sarò infelice per sempre.

Lo so, amore, scombino i piani di tanti che dicono che non deve funzionare così,
che la vita è più forte e alla fine trionferà.
Ma non è sempre vero, la tua morte lo smentisce, e allora forse sono fiera di me, perchè mi dico la verità con coraggio e continuo a svegliarmi la mattina e andare a dormire la sera e a dichiarare il mio amore a mia madre e a mio marito senza fingere che vada tutto bene.
Lascio al futuro la capacità di smentirmi, fino ad ora ho avuto ragione io, quando sapevo che avrei perso papà dopo di te, e avevo ragione io, quando ho pensato di aver perso la speranza di risollevarmi.
Sono una che macina giornate una dietro l'altra, sono una morta che cammina in mezzo a pezzetti di tregua e molta voglia di raggiungerti, e di mettermi vicino a te, in santa pace.

La mia vita di ora è fatta di questo, e credo di non essere l'unica sulla faccia della terra a sentirsi in questo modo, per una perdita così tragica, per un dolore così violento.
Solo che. Solo che penso alle povere anime che si sentono così, e non parlano di lutto morte bare perdita e altre schifezze del genere perchè sai non sta bene parlarne e soprattutto perchè la morte non esiste.

Se è vero che la felicità è una scelta, l'infelicità è un diritto, nel caso di tragedie vissute in prima persona. Ma questa affermazione è un tabu' per chi non sa cosa c'è dentro questa perdita, in questo caso la perdita dell'amore della propria vita, perchè non tutti sanno, e allora è bene ripetere, che se c'era una persona al mondo che non avrei dovuto perdere, quella eri tu, e non c'è bisogno di dire altro, non c'è bisogno di spiegare, chi ci conosceva insieme sa che legame avevamo.

Eppure amore mio, continuo disperatamente a cercare quel posto che mi riporti sulla terra, dove io possa incollare quello che è rotto, ma forse quel posto non è un luogo, quel posto è il tempo.

Nota dell'autrice:
Di seguito riporto quello che mi ha scritto Silvia in uno dei nostri interminabili scambi su whatsapp circa un mese e mezzo prima della sua morte, in una giornata che credevo allora molto buia mentre era piena di tutto quello che serviva alla vita.
Me ne ha scritte di cose così, ho scelto questa in particolare perchè lo considero il suo lascito, che smentisce ogni mia parola scritta qui sopra, e che rappresenta la ragione per cui continuo a svegliarmi ogni mattina e onorare il suo ricordo. Questo è quello che lei avrebbe voluto per me.

"Io vorrei farti dormire, ma come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà così anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani"

  • (Fedor Dostoevskij, Notti bianche.)"


Mia sorella Silvia, cinque giorni prima di morire.


20 agosto 2016

GUERRA

“Today is only one day in all the days that will ever be. But what will happen in all the other days that ever come can depend on what you do today. It's been that way all this year. It's been that way so many times. All of war is that way.” (E. Hemingway)


Non posso andare avanti così.
La malattia mi sta divorando l'anima.


26 luglio 2016

I SOCIAL AI TEMPI DEL COLERA




In questi tempi di pace e prosperità dentro i quali la fortuna o il buon dio ci hanno permesso di vivere, abbiamo tutti capito che bisogna fare solo una cosa:

Pensare positivo

Il dolore, il vero dolore appartiene al silenzio, mica possiamo ammorbare il genere umano sui social con le nostre incazzature e il nostro sentirci inadeguati.
No, sta roba qua non piace, non tira, non va di moda.
Siamo tutti d'accordo.
E' d'accordo mia madre quando vede me e pensa che io sia il sole e la luce che le rischiara le sue giornate di merda e mi dice di pensare positivo.
E' d'accordo il terapeuta che dice che sono una depressa aggrappata alla morte e questa si sa, non è la strada da seguire, la strada da seguire è quella che ti fa pensare a te stessa come la persona fortunata, e a tua sorella come quella sfortunata.
E' d'accordo mio marito, che mi fa trovare cuccioli di gatto e mi dice che il dolore non impedisce di gioire e che la vita è piena di roba meravigliosa sparsa a casaccio.
Sono d'accordo i pochi amici che mi restano che propongono, invitano, e sperano che io mi sforzi di sforzarmi e inizi di nuovo la progettazione della mia esistenza.

Sia chiaro a tutti.
A distanza di dieci mesi dal ribaltamento della mia intera esistenza, non ho  intenzione di buttare la mia vita al cesso. Quanto meno perchè finchè non decido di farla finita o  trasferirmi in un paese tropicale e attendere che mi cada una noce di cocco in testa, io bisogno di lavorare per vivere, e per lavorare nel posto in cui lavoro,io ho bisogno di mantenere uno stato mentale e fisico degno.
Quindi il mio involucro (e il mio peso) sono quelli di prima.
State sereni.
E' che la percezione del mondo e della morte, e soprattutto della vita,  quelli sono cambiati totalmente.
Oggi sono tranquilla, ma può capitare che d'improvviso i ricordi di lutti bare sangue ospedali obitori autopsie riconoscimenti ritornino più potenti che mai. Stiamo parlando di metà della mia famiglia fatta secca dalla vita in meno di sette mesi. Vorrei fosse chiaro e vorrei ribadirlo con forza.

Molti dicono che è indispensabile imparare il culto delle piccole cose.
Così l'ho imparato.
Ed è bello. Mi rendo conto che voglio godermi ogni piccolo briciolo di tregua e fiducia che da questo periodo in avanti mi sarà concesso.
Non intendo fare pena a me stessa.
Voglio vivere il dolore nella dignità.

Detto cio'.

Lasciatemi gridare-lasciatemi sfogare.

Faccio un appello a voi che siete li', su facebook a parlare di quanto è bella la vita dopo la nascita di vostro figlio, nel mondo dei blog a scrivere della cotta che vi siete prese per il nuovo fidanzato di turno, nel mondo instagram a postare tramonti, e nel mondo pinterest in cui progettate le vostre case nuove tutte uguali. A voi che siete li' nel mondo snapchat che è il nuovo modo di scambiare pezzi di quotidianità. A voi che siete su YouTube e vi truccate in maniera naturale o da mignottoni a seconda del gusto.

Ci siamo anche noi, in questo mondo virtuale, noi che viviamo con il dolore spalmato addosso.

E' sacrosanto diritto postare le cose belle della vita e renderle pubbliche.
Anche io l'ho fatto per anni, con discrezione e a modo mio, ma l'ho fatto, ho parlato di cazzate, di cose serie, di matrimoni, del problema del peso, di depressione minore, delle cose belle della mia vita.
Alle volte fa davvero bene anche a una persona come me percepire la continuità della vita, nella sua prorompente quotidianità.
Ma vi prego, ogni tanto ricordatevi di parlare del dolore. Delle persone che soffrono.
 Esistiamo noi che siamo profondamente addolorati.

Faccio un appello accorato alle influencer, a quelle che ce l'hanno fatta, alle professioniste della happiness da social, a coloro che spiattellano il loro successo e la loro giuioia a destra e a manca, alle utilizzatrici compulsive di questi hashtag:

#LOVEMYJOB #LOVEMYLIFE #THANKGOD #THINGPOSITIVE #HAPPY #BESTRONG
Io ve lo devo dire. Ogni volta che mettete uno di questi tag sulle vostre bacheche social di qualunque specie, ogni volta che ripetutamente avete bisogno di ribadire che la vita è stata generosa con voi, uno dei pochi appartenenti alla mia categoria, che è quella di coloro colpiti da tragedia, MUORE DENTRO.
Alle volte non dico sempre, soffermatevi e pensate a me, e a noi che non abbiamo pace, ma vi leggiamo, perchè alle volte c'è un prima e c'è un dopo.

Il vostro sbandieramento della felicità a tutti i costi, delle spiagge bianche e assolate, della famiglia perfetta, non è la normalità di tutti. Le vostre nascite. La vostra allegria, il vostro farcela spesso non fa bene ad alcune persone.
Quando scrivete, grazie alla mia forza e determinazione ho raggiunto i traguardi che mi sono programmata, non fate del bene a noi, non siete influencer. Siete un po' coglione.
Nella vita ci sono cose meravigliose, il dolore vero nasce dalla perdita di quelle cose meravigliose, cosa credete, io sono la prima che ne ha coscienza. Ho preso coscienza che la vita è tanto bella quanto ingiusta, molto piu' di tanti altri che non hanno perso l'amore della propria vita dentro una panda beige in una qualunque mattina di settembre.

Lo so, il mondo e la vita continuano, persino la mia vita va avanti, demmerda ma ci va, io sono su Marte, ma sono viva.
Però anche prima che mia sorella e mio padre morissero io ero una che provava a rendersi conto.
Sapevo dell'esistenza del dolore altrui, anche in periodi di profonda serenità.
Forse questa si chiama sensibilità.
Ho postato anche io un sacco di minchiate, le foto dei viaggi fatti, gli scazzi quotidiani, le serie tv che  ho amato, i registi che ho odiato.
Ho postato una miriade di foto di gatti, perchè che male c'è. ho postato le foto con le mie sorelle, ho postato quello che era la mia vita nell'assoluta normalità.
Ho cercato di non ostentare. E per ogni piccola gioia condivisa pensavo. Chissà se qualcuno vedrà. Chissà se qualcuno soffrirà.
Sono fatta così. Molto male.

Ora questo è quello che chiedo:

Finitela di postare le braccine strong come simbolo di forza quando andate ad allenarvi o per ribadire al mondo che la vita è difficile e voi pero' ce la fate e vi fate forza.
Le braccine strong sono assolutamente ridicole.
Volete sapere cosa è la forza?
Venite a casa mia, parlate con mia mamma mentre guarda la sua telenovelas preferita su Rete 4 perchè dice che nella vita c'è bisogno di stronzate. Questa donna è la forza, e non solo lei. Ve l'assicuro. Guardate Chris. Guardate i suoi occhi. E la sua forza di giovane uomo che non si piega alla scelta che la vita ha fatto per lui. Rileggetevi Anna, che ve lo dico affare. oppure il blog di lei, che è una forza della natura.

Non è retorica. Forse sì. Non mi interessa.
E' solo che quando dite di voler dare una mano a chi soffre , di volere aiutare me nello specifico, e poi postate foto di pranzi e cene in famiglia, love my life love my job love sto cazzo, non aiutate mica.
Soprattutto se siete molto famose sui social.
La vita puo' essere meravigliosa per tantissime ragioni.
Ma per alcuni non lo è , è un dato di fatto.
E' bello poter dire alle persone. Ok sei infelice. Non importa, vorrei che stessi meglio, ma vai benissimo anche così. Esiste la gioia, esiste il successo, esiste che ti dice culo, esiste l'impegno.
Ma esiste anche che alle volte va fatto silenzio.
E tu puoi stare nel tuo dolore.
E' normale.
Non c'è da vincere alcun premio.
Sarebbe un gran bel messaggio.

Nota dell'autrice: in questi mesi mi sono chiesta come avrei vissuto i miei lutti se fossero capitati quindici anni fa, quando con le persone si parlava molto di piu' e si conosceva molto meno l'apparenza delle vite altrui, perchè non c'era altro modo di condividere che una lettera fatta di carta, un telefono a gettoni, un appuntamento in un locale, una serata sul divano.
Forse meglio. Forse peggio.
Non c'è risposta anche per queste sciocche domande qui.
Ma c'è una cosa che ho capito.
In ogni parte del mondo ciascuno di noi è alla ricerca di un evento che ti faccia dire senza ombra di dubbio: sono salvo.

15 giugno 2016

YOU KNOW NOTHING

- Ciao amore mio.
- Ciao.
- Come va?
- Sono molto infelice.
- E' normale.
- Cosa? Cosa è normale, non lo so più.
- La tua normale anormalità.
- Lo so.
- Cosa posso fare per aiutarti?
- Torna sulla terra.
- Sono sulla terra. Mi sto trasformando in terra. Sono qui, al cimitero, puoi venire quando vuoi.
- Ah già. Non mi va di venire al cimitero.
- E cosa vuoi.
- Beh, torna a correre la maratona e a fracassarmi le palle con la tua logorrea.
- Questo non posso farlo.
- Lo so. E' che io vivo senza di te, che ti credi, ma la mia vita è un inferno.
- Non è l'inferno, è solo la vita.
- E perchè la mia è così faticosa? E perchè la tua è stata tanto faticosa ed è finita di punto in bianco?
- Perchè è andata così.
- La vita non è faticosa per tutti.
- Ci sono gli affaticati, i non affaticati, e i grandemente affaticati. Tu e mamma siete ora nella categoria "grandemente affaticati". E' che vivete in un mondo di semplici affaticati, o di non affaticati, quindi vi sentite molto sole.
-Io mi vergogno di essere grandemente affaticata.
- Perchè?
- Perchè vedo in tv quegli uomini, donne, bambini, neonati, che vivono senza speranza, che ne so, dentro una guerra o in fuga da una guerra.
- Eh che cazzo c'entra.
- E io mi sveglio e vorrei essere morta. Loro si svegliano e ringraziano di essere vivi, ancora e ancora per un altro giorno.
- E' normale, sei cresciuta avendo la pappa pronta. Ora ti si è scombinato tutto e pesti i piedi. E' culturale. Non devi sentirti in colpa.
- Non è vero.
- Si' che lo è.
- E' vero, sono cresciuta pensando che la felicità per una come me fosse una cosa dovuta.
- No, non lo è.
- Ma la maggior parte della gente della tua età è viva e vegeta, e alcuni sono piuttosto in forma. Molti sono felici. Lo saranno per la vita. E tu invece sei morta a 39 anni. Quando vedo le tue amiche vorrei che fossero morte anche loro.
- Non mi riavresti mica indietro, se loro morissero.
- Sì, ma sarebbe giusto.
- La giustizia esiste solo quando smettiamo di esistere. Ma tu questo ancora non puoi capirlo.
- Ma che senso ha.
- Nessuno, non devi cercarlo, non devi chiederlo. Allenati a non chiedere che senso abbia la vita. Vivi.
- Non posso vivere se tu non sei viva.
- Ma hai detto che ci riesci.
- Sì è vero.
- E allora.
- E allora voglio stare con te. Non voglio dover curare la tua successione, le pratiche del tuo incidente, buttare le tue cose nel cassonetto. Soprattutto non voglio vedere certe foto di te e sentire la terra franare sotto le scarpe.
- Quando fai queste cose, anche nel dolore, io sono con te.
- Ma vaffanculo. Ho buttato quasi tutto, sai. Non hai idea del calvario morale e fisico.
- Sei stata bravissima.
- No, non sono bravissima. Voglio morire. Cerco su internet mezzi indolore per levarmi di mezzo.
- No tu non vuoi morire. Semplicemente, vuoi indietro la vita di prima, tu vuoi il prima. Il prima che si chiama spensieratezza.
- Certo che lo rivoglio. L'ho capito quando ho messo da parte l'unica maglietta tra le tue che ho deciso di non buttare.
- Quale, quella col finocchio?
- Quella col finocchio, certo.
- Se vuoi la vita di prima, quella no, non la riavrai.
- Allora voglio stare con te, fortissimamente.
- Non starai con me, ma starai con te.
- E se muoio.
- Non muori.
- Muoio, cercherò la morte.
- Cercherai la morte se vorrai morire. E' tuo diritto.
- Ma.
- Cosa.
- La verità? la verità è che non voglio morire.
- E cosa vuoi fare?
- Voglio essere libera.
- Che bella cosa, quella che vuoi. Perchè non vai e te la prendi?
- Perchè ho paura di vivere.
- Lo ha detto il terapeuta?
- Sì.
- E' il giudizio che hai tu di te stessa. Noi mettiamo il giudizio sulla nostra testa. Magari fossero gli altri.
- Ah ecco, ora lo sai. Quando eri viva lo dicevo sempre io a te.
- Eh lo so. Avevi ragione tu.
- Io non voglio avere ragione. Vorrei che la vita per una volta mi desse torto.
- Cioè? (e non mi sgridare perchè dico sempre cioè)
-  Non dire sempre cioè, che non hai 15 anni.
- Cazzo, sei snob e pensate.
- Lo so. Ma dicevo, vorrei smettere di avere ragione. Come quando tutti mi dicevano che papà sarebbe sopravvissuto, ma io sapevo che non ce l'avrebbe fatta. E avevo ragione. Come quando dico che sono vent'anni che tento di dimagrire e niente, continuo ad essere fortissimamente grassa, avevo ragione.
Come quando anni fa dissi che sarei stata infelice, e avevo ragione. Vorrei che la vita mi smentisse, per una volta, cazzo.
-  Vorrei dirti che non è così, ma no, la vita non ti smentirà necessariamente. Pero' ti diro' una cosa.
- Dimmi
- Tu non sai nulla.
- In che senso.
- Alle volte, da quella mattina in cui ti hanno detto che non ci sarei stata più, non hai la sensazione di percepire in maniera definitiva di far parte di qualcosa di assoluto? Di avere finalmente visto in faccia l'essenza di tutto, ma proprio tutto?
- E' esattamente come mi sento, ma solo per un brevissimo secondo ogni tanto.
- E' un grande dono.
- Frega un cazzo di questo dono.
- Un giorno ringrazierai il cielo di questo dono.
- Tu sai tutto?
- Io sto bene così, grazie.
- Anche papà sta bene così?
- Eh sì, molto bene, a lui è andata di lusso, ha avuto una vita magnifica, tranne che gli ultimi sette mesi della sua vita.
- E io come faccio? Come faccio a vivere senza di te.
- Imparerai a vivere senza di me.
- E dove ti cerchèrò?
- Dove saremo ancora tutti insieme.
- E dove.
- Nei tuoi sogni.


Nota dell'autrice: non mi rassegno.

10 maggio 2016

PAPA'

Mio padre era bello. Un ragazzo attraente, un uomo stupendo, un magnifico anziano, meglio di Clint Eastwood. Per intenderci, incrocio tra Gianpiero Boniperti e Colin Firth, ma piu' bello.
Mio padre era la persona più intelligente che abbia mai conosciuto dal vivo. Faceva un mestiere in cui era difficile essere onesti,e lui lo è stato per una vita intera, per questo la mia famiglia borghese non è ricca, ma mediamente borghese.
Mio padre era unico. Tutte le figlie innamorate del proprio padre pensano che il proprio sia speciale, ma in questo caso parliamo di una specialità vera, e vi assicuro che essere figlie di un uomo non comune non è stata roba semplice.
Mio padre era innamorato delle sue figlie. Le adorava. Mai quanto adorava sua moglie, sia chiaro, ma aveva questa ammirazione per ciascuna di noi che traspariva dai suoi occhietti incavati e bellissimi, che Silvia e la mia sorellastra hanno identici a lui. Ma come amava me, nessuna mai. (ero la sua preferita, non scherziamo). Per questo voleva che dimagrissi.
Mio padre diceva continuamente che ero troppo grassa. Dai suoi primi commenti sono nati i miei complessi sul corpo e sul peso, eppure poi ho capito che per lui ero meravigliosamente grassa.
Mio padre soffriva di depressione, ma era una persona che amava la vita, a dispetto chi di pensa che i depressi siano dei faciloni che scaricano le frustrazioni della loro esistenza sulla malattia.
Mio padre aveva una scrittura squisita, da amanuense, che ritrovo nelle sue poesie e negli scritti del suo lavoro. La sua scrittura lo rappresenta e lo ricorda.
Mio padre aveva una ironia intelligente che lo definiva come uomo di cultura, e aveva un sarcasmo nel vivere che lo rendeva amabile da chiunque. 
Mio padre era soprattutto irriverente all'ennesima potenza (E io come lui)
Mio padre aveva il senso pratico di un bradipo in calore sotto droghe pesanti, che tanto per tutto c'è mamma.
Mio padre amava i gatti, Silvia diceva che per avere la sua attenzione avremmo dovuto trasformarci in felini e balzare sulla sua scrivania fissandolo con insistenza.
Mio padre leggeva libri e giornali penetrandoli, e ritagliava e catalogava, ogni libro presente in casa contiene un ritaglio pertinente all'argomento. Impossibile buttare quei libri, impossibile raccapezzarsi in tutta quella carta. 
Mio pare collezionava gufi e penne stilografiche,
Mio padre amava la bellezza femminile.
Mio padre odiava la tecnologia, era la sua idiosincrasia, ma era così curioso che chiedeva a noi "giovani" di cercare sullo smartphone qualunque tipo di notizia. E' a lui che devo la mia curiosità, la voglia di sapere, sempre.
Mio padre era meraviglioso.
Mio padre adorava il Santuomo, banale spiegare il perchè.
Mio padre profumava di pulito, ed era il profumo della sua anima.
Mio padre è morto per un errore medico, e non perchè volesse lasciarsi andare dopo la morte di sua figlia. Proprio no.
Mio padre era un padre, non un papà giovane, ho passato la quasi totalità dell'esistenza nella paura di perderlo, io, terza figlia di un uomo quasi cinquantenne, da bambina temevo di perdere il tempo prezioso con lui che invece la vita mi ha generosamente regalato.
Mio padre ha vissuto una delle storie d'amore piu' belle della terra, da film, la storia di amore con mia madre. Sono storie che vanno oltre la morte e il dolore e la perdita di un figlio, ma solo io che ho visto loro due negli ultimi mesi posso sapere, ogni parola sarebbe assolutamente ridondante. 
Mio padre mi manca come l'aria, ma non se ne è mai andato, e io l'ho percepito che passava il testimone a me, dentro quella cazzo di sala rianimazione, quando ho posato la mia mano per l'ultima volta la sua fronte calda e ho capito, sì, ho capito, che morire è come nascere e tutta questa paura non dobbiamo mica avercela.

Ti amo, papà.

Mio padre, 1974.