5 dicembre 2016

LA MIA STORIA (NON) A LIETO FINE

Vorrei dirvi che sto bene, che la prospettiva di vivere senza metà della mia famiglia di origine è allettante quanto un dito perennemente conficcato nell'occhio (e non diciamo altro) o un film di Gabriele Muccino visto alle tre di notte.
Invece non sto bene per niente. 
Continua la sagra dell'infelicità, e in mezzo a questa sagra ci sono un milione di motivi per farla finita. Ci sono un milione di frammentati pensieri di morte al giorno, e in questo milione di pensieri c'è la voce che non sentiro' piu', e tutti i miei primi 36 anni e mezzo di vita che sono rimasti lì, a vegetare nel passato.
E' vero, occorre vivere nel presente, finche' ci siamo, ma io non sono molto brava. Imparo a fatica e questo presente fa piuttosto cacare, quindi ecco, vivere nel presente è vivere nella merda.
Io credevo molto nella forza del passato, dalle mie radici, della mia famiglia e della me da bambina, da adolescente, da adulta. Credevo nella forza che la costruzione puo' lasciare nella vita di ciascuno di noi.
Credevo di essere onnipotente. Credevo di poter controllare la mia vita, di poter controllare la morte, in un modo malato e viscerale. Ci credevo, forse più di chi crede in Dio per chi ha la fede, o di chi crede nell'amore incondizionato per i figli, per chi ha un figlio. 
Ci sono cose in cui credi per darti coraggio, probabilmente è la filosofia del tanto a me non succede che ci consente di andare avanti.
Credevo di poter controllare la vita, ma non si puo' controllare un fico secco, non siamo qui sulla terra per controllare o per reggere le fondamenta di un palazzo che è la nostra esistenza.
La nostra esistenza non è un palazzo. E' solo vita, e non possiamo immaginarla. 
Eppure lo facciamo in continuazione.
Il mio terapeuta dice che ho il cervello che non si ferma mai, è vero, non ho pero' ancora imparato a fermarlo, a lasciarlo perdere, a lasciarlo camminare.
Perchè siamo qui mi non è dato sapere.
Io forse sono qui per comprare rossetti inutili e per amare Londra, per accarezzare i miei gatti e mangiare schifezze. Sono qui per parlare cinque volte al giorno con mamma perchè ho paura di perderla, per andare per locali con mio marito alla ricerca della cena perfetta. Per vedere serie Tv a raffica, perchè di libri ne compro a bizzeffe, ma non ho voglia di leggere la parola fine.
Sono qui per fare ginnastica ogni mattina, e ricordare lei che era una sportiva, e per mangiare cioccolata e biscotti ad ogni ora del giorno perchè che vita sarebbe senza dolciumi.
Sono qui per non procreare perchè io e il Santuomo siamo brave persone ma non abbiamo piu' il coraggio di dare la vita, dare la vita vuol dire dare la gioia ma anche potenziale dolore.
E lui vorrebbe tanto fare il papà, ma io non voglio piu' fare la mamma da quando ho visto la mia perdere una figlia. Non voglio piu'. Forse non l'ho mai voluto.
A quasi 38 anni mi sento di dire che questo è il mio destino, in questo destino non c'è un figlio, esattamente come non ci sarà una sorella amatissima, anche se c'è stata.

Questi miei giorni, sereni o disperati,  sono come un panno intriso di acqua sporca, sporchissima
Basta strizzare ed esce il dolore.


1 commento:

Anonimo ha detto...

Quanta verità in quel che scrivi, anche se mi rimane un dubbio: se non possiamo prevedere quel che sarà, come fai ad essere così sicura di quel che non sarà? Hai ovviamente tutto il diritto di non volerlo sapere, di non aspettarti nulla, di essere pessimista, ma rimane il fatto che ogni mattina ci alziamo e può succedere qualsiasi cosa, che lo si preveda o lo si desideri.
Forse non sarai mai mamma, perché non è il tuo destino, oppure ti accorgerai ad un certo punto che avere una cosa per un tratto della tua vita può darti più di non averla per niente e rischierai di soffrire pur di scoprirlo.
Il tuo cervello non riesce a fermarsi, dice il tuo dottore....ma non credo sia una scelta nemmeno quello. Tu hai bisogno di risposte e la tua testa sta analizzando tutte le possibilità.
Il brutto è che dicembre non aiuta nessuno, è un mese che da sempre crea aspettative e quindi inesorabilmente le disattende. Ci illude che possano realizzarsi tutti i nostri desideri, ma obiettivamente la colpa è di chi crede nell'impossibile....passerà questo momento di stordimento collettivo e io voglio sperare che ci ritroveremo ancora qui, un passetto più avanti a cercare la soluzione per essere di nuovo quel che eravamo, per goderci cose e persone che abbiamo la fortuna di incrociare, per un minuto o per 36 anni e mezzo.
Sempre con rispetto per tutto quel che non posso capire, ma con affetto
Sofia