14 marzo 2016

LA COSA CHE FA DAVVERO MALE

La cosa che fa davvero male.
 Non è il sangue sul tuo telefono la mattina che la polizia è arrivata a restituire i tuoi effetti personali.
Non è il tuo corpo nella bara e quella gamba spezzata, che hanno ricomposto al meglio che potevano e coperto con un telo bianco. Non sono gli occhi di papà, e la smorfia di mamma quel giorno all'obitorio. Non è lo sguardo di tuo marito che non sa cosa dire e come dirlo,  ma sa che siete caduti in un pozzo nero e lui dovrà sostenere lui e te e il tuo dolore.
Non è la depressione di papà, il suo corpo che cade a pezzi,  la sua schiena che si piega e lui che si fa piccolo, piccolo. Non sono le lacrime di mamma, mentre guarda le foto delle sue figlie da bambine, mano nella mano,  ed è così felice di pensarci insieme e così amorevole da dire "faro' qualsiasi cosa perchè tu possa ritrovare la tua serenità"; 
Non è la tua casa vuota, non sono i tuoi vestiti così belli appesi a prendere polvere nell'armadio, non è il tuo profumo preferito evaporato sul comodino, nè le nuove scarpe da corsa gialle e nere che giacciono in un angolo in attesa del tuo rientro. Non è la giovinezza rubata, non è la bellezza, i sogni, la sofferenza passata e inutilmente vissuta nella speranza di un futuro che sognavi felice.
Non sono tutte le faccende burocratiche che comporta la perdita improvvisa di una giovane vita in un modo tanto violento, le rottamazioni, gli avvocati, le assicurazioni, le telefonate, pronto salve, vorrei far cancellare una vostra iscritta, è morta l'altro ieri, si' grazie arrivederci.
Non è l'assenza. 
Non è il prendere il telefono e ancora oggi digitare il tuo numero nella speranza di sentire la tua voce dall'altro lato. Wind, Blin Blon, segreteria telefonica.
L'assenza non è nulla, di fronte a tutta questa tua assordante presenza.
Non sono i miei pianti, le lacrime, la fame nervosa, gli svenimenti, i pensieri di morte, il voler essere al posto tuo ogni minuto, gli attacchi di rabbia, e ancora dover essere qui per parlare e per sopravvivere perchè si deve andare avanti. Non è il giro dei medici, il trovare qualcuno che possa aiutarti davvero, raccontare da capo mille volte la stessa storia, e ancora e ancora e organizzare la propria esistenza sulla base di quello che dicono i dottori. 
Non è vedere la tua vita ferma lì, immobile, a quel giorno.
Non è la paura di tutti gli ulteriori dolori che essa irrimediabilmente porterà.
Non è  "lo faccio un figlio, non lo faccio un figlio, tanto un figlio non potrò mai farlo perchè sono irrimediabilmente malata e compromessa".
Non è la vita che va, le pance che ti circondano, le nuove vite che nascono, le case comprate, i progetti, il futuro, sempre quello degli altri.
Non è l'invidia che ti divora da dentro, ogni giorno, sempre.
Non è "Ti amo non ti amo, ti amo da morire, ma non voglio rovinarti la vita quindi vattene".
Non è attraversare questo inferno lontana da casa, dai cari, dai parenti, dagli amici che forse possono capire. Forse no.
Non è sentirsi un disadattato sociale ogni minuto.
Non è l'umiliazione di non riuscire a svegliarsi la mattina e andare a lavorare, di passare serate intere a piangere per far uscire la rabbia, e constatare il giorno dopo che miseramente è ancora lì, piu' forte di prima. Necessaria, ma impossibile da eliminare.
Non è "datti tempo, ci vuole tempo, non mollare" sapendo che tu questo tempo non ce l'hai.
Non è sorridere in caso di necessità, quello so farlo benissimo, ho imparato a fingere, ho imparato a calarmi nella parte della donna forte in meno di sei mesi e ad andare avanti nelle mie giornate.

La cosa che fa davvero male è
guardare questa donna, proprio lei, quella là seduta su una panchina,
lungo la Brooklyn Heights Promenade. Era il 10 agosto 2015.
La vedete, è seduta pacifica con il suo sovrappeso, la sua incoscienza, le sue paure, le sue fragilità.
Le è costato tanto, nove anni di cammino, arrivare fino a quella Promenade, sedersi e semplicemente essere felice.
La cosa che fa male è guardarla attentamente e riuscire a leggere quello che ha nel cuore.
Lei non è consapevole di avere questa cosa dentro, che l'ha portata fin dove è arrivata.
Quella cosa che ti fa dormire la notte e svegliare la mattina e di nuovo progettare e sperare, per poi andare di nuovo a dormire e svegliarsi la mattina successiva. 
Quella cosa si chiama fiducia nella vita.


Nota dell'autrice: Sono passati meno di sei mesi, è troppo presto, è troppo tardi.
Io non lo so.
So solo che se mi vedete andare avanti è perchè, semplicemente, non ho scelta.

8 marzo 2016

TU NON PUOI CAPIRE

Lo sapevo che ci sarei finita, in quella trappola bastarda che si chiama vittimismo.
Quel modo di vivere passivo che esula la tua persona da ogni responsabilità, 
perchè tu sei il centro della congiura divina e povera te, non puoi farci nulla.
Il comportamento da vittima sacrificale è una cosa che ho sempre detestato.
Se sei infelice , è fondamentalmente una scelta, una scelta di amore per te e per la tua vita, 
Fare la vittima non fa altro che gettare sugli altri la responsabilità del tuo malessere.
E invece no, dicevo, bisogna fare i bravi e saper prendere le decisioni giuste,
senza dare la colpa alla vita che quasi mai ha la colpa.

Tutto questo fino a che Silvia non si è schiantata con la macchina,
lasciandomi sola nella gestione del mio dolore e della mia depressione.
Ora sono diventata la campionessa del "TU NON PUOI CAPIRE".
Solo chi ci passa, puo' capire,  ma neppure chi ci passa o ci è passato,  perché in fondo chi ci passa non è mai uguale a te, puo' avere un carattere forte mentre tu già ti trovavi sotto un grande treno prima che succedesse il tutto, come puoi ora spalare codesta merda tutta insieme?
E giù di invidia non solo nei confronti di quelli che non hanno da passare quello che tu stai passando,
ma anche nei confronti di quelli che hanno passato quello tu stai passando, e ce l'hanno fatta. 
Sono felici.
Tu no, è troppo presto, abbi fede.

Il dolore, quello disperato, fa dire di tutto, e quindi ti ritrovi come un coglione a fare la vittima alla veneranda età di 36 (e no, ormai sono 37, porcamaiala), quando dovresti essere un essere adulto che prende in mano le redini della propria vita e va avanti e non si dispera,
perchè la vita è comunque degna di essere vissuta anche se le persone care ci lasciano e poi chi lo dice che la felicità non torna, e bla bla bla.

Che poi, c'è davvero bisogno di essere capiti, accolti, compresi, assecondati?
Gli altri non capiscono, ce ne faremo una ragione.
Sti grandissimi cazzi.

Nota dell'autrice: sì, ho bisogno, ho bisogno di qualcuno che mi dica:
hai il diritto di essere infelice, sempre.
Hai il diritto di voler morire, qualche minuto al giorno, ogni volta.
Hai il diritto di sentirti come ti senti, perchè se sei così infelice non è solo per la morte di tua sorella. E io lo capisco.

Nota dell'autrice numero 2: auguri a noi due, piccole donne sempre per mano, in questo giorno che celebra la donna, di cui solo quest'anno colgo l'essenza.