20 dicembre 2016

SONG OF THE OPEN ROAD


Whitman era il poeta che Silvia preferiva, lo amava spasmodicamente e quando eravamo adolescenti teneva Foglie d'Erba sotto il cuscino, ci dormiva e sottolineava, sottolineava e lo metteva di nuovo sotto il cuscino.
M chiedevo che ci trovasse, negli anni novanta era tutto Walt Whitman,  O Capitano mio Capitano e banali attimi fuggenti, mentre io, ragazzetta di quindici anni, così snob nei confronti delle mode, amavo Pirandello e The Catcher in the Rye, e male sopportavo quella roba ripetitiva e sdolcinata. (che poi quel film lo trovavo lagnoso, quel cretinaccio che in una altra vita televisiva sarebbe diventato l'amico del dott. House finiva per suicidarsi, mentre il professore avrebbe fatto la stessa fine molti anni dopo nella vita reale, quindi sì, detestavo il cogli l'attimo dei miei coglioni anche se  è vero, bisogna coglierlo)

Ho ritrovato Foglie d'Erba, era di papà, nella libreria di mia sorella, nella casa in cui sono nata e cresciuta.
L'ho aperto e ho pescato a casaccio la ballata che copio sotto, ed è bellissima.
In questi giorni il dolore che porto nel cuore mi sta frantumando il petto.
Cerco di cacciare via la bestia, lo dice Polly che di dolore ne sa abbastanza, ma sa anche di gioia e di rinascita.
Il problema è che non posso vivere alle mie condizioni, non riesco a stare bene, non ci riesco nei termini canonici dello stare bene. 
E allora lascio qui la mia anima a macerare, ma voglio pensare che un giorno diventero' ottimista come Walt, forte come le donne della mia famiglia, che portero' dietro questo dolore come una risorsa e non come un Cristo in Croce, perchè io mi sono sinceramente frantumata i coglioni di stare male e non so quanto una animo umano di 38 anni debba dover sopportare prima di esplodere definitivamente.
Non è giusto.
Qui sul blog non si parlerà piu' della mia vicenda personale, il mio dolore resterà nella vita reale.

Auguro a tutti voi di non attendere piu' il colpo di culo e le buone notizie, 
 ma di essere voi il vostro colpo di culo.

Buon Natale.

Walt Whitman l'ottimista

A piedi e con cuore leggero m'avvio per libera strada,
In piena salute e fiducia, il mondo offertomi innanzi,
Il lungo sentiero marrone pronto a condurmi ove voglia.
D'ora in avanti non chiedo più buona fortuna, sono io la buona fortuna
D'ora in avanti non voglio più gemere, non più rimandare, non ho più bisogno di nulla,
Finiti i lamenti celati, le biblioteche, le querule critiche,
Forte e contento m'avvio per libera strada.

Afoot and light-hearted I take to the open road, 
Healthy, free, the world before me, 
The long brown path before me leading wherever I choose. 
Henceforth I ask not good-fortune, I myself am good-fortune, 
Henceforth I whimper no more, postpone no more, need nothing, 
Done with indoor complaints, libraries, querulous criticisms, 
Strong and content I travel the open road. 

Walt Whitman (1819-1892)
Il seguito se volete qui.





5 dicembre 2016

LA MIA STORIA (NON) A LIETO FINE

Vorrei dirvi che sto bene, che la prospettiva di vivere senza metà della mia famiglia di origine è allettante quanto un dito perennemente conficcato nell'occhio (e non diciamo altro) o un film di Gabriele Muccino visto alle tre di notte.
Invece non sto bene per niente. 
Continua la sagra dell'infelicità, e in mezzo a questa sagra ci sono un milione di motivi per farla finita. Ci sono un milione di frammentati pensieri di morte al giorno, e in questo milione di pensieri c'è la voce che non sentiro' piu', e tutti i miei primi 36 anni e mezzo di vita che sono rimasti lì, a vegetare nel passato.
E' vero, occorre vivere nel presente, finche' ci siamo, ma io non sono molto brava. Imparo a fatica e questo presente fa piuttosto cacare, quindi ecco, vivere nel presente è vivere nella merda.
Io credevo molto nella forza del passato, dalle mie radici, della mia famiglia e della me da bambina, da adolescente, da adulta. Credevo nella forza che la costruzione puo' lasciare nella vita di ciascuno di noi.
Credevo di essere onnipotente. Credevo di poter controllare la mia vita, di poter controllare la morte, in un modo malato e viscerale. Ci credevo, forse più di chi crede in Dio per chi ha la fede, o di chi crede nell'amore incondizionato per i figli, per chi ha un figlio. 
Ci sono cose in cui credi per darti coraggio, probabilmente è la filosofia del tanto a me non succede che ci consente di andare avanti.
Credevo di poter controllare la vita, ma non si puo' controllare un fico secco, non siamo qui sulla terra per controllare o per reggere le fondamenta di un palazzo che è la nostra esistenza.
La nostra esistenza non è un palazzo. E' solo vita, e non possiamo immaginarla. 
Eppure lo facciamo in continuazione.
Il mio terapeuta dice che ho il cervello che non si ferma mai, è vero, non ho pero' ancora imparato a fermarlo, a lasciarlo perdere, a lasciarlo camminare.
Perchè siamo qui mi non è dato sapere.
Io forse sono qui per comprare rossetti inutili e per amare Londra, per accarezzare i miei gatti e mangiare schifezze. Sono qui per parlare cinque volte al giorno con mamma perchè ho paura di perderla, per andare per locali con mio marito alla ricerca della cena perfetta. Per vedere serie Tv a raffica, perchè di libri ne compro a bizzeffe, ma non ho voglia di leggere la parola fine.
Sono qui per fare ginnastica ogni mattina, e ricordare lei che era una sportiva, e per mangiare cioccolata e biscotti ad ogni ora del giorno perchè che vita sarebbe senza dolciumi.
Sono qui per non procreare perchè io e il Santuomo siamo brave persone ma non abbiamo piu' il coraggio di dare la vita, dare la vita vuol dire dare la gioia ma anche potenziale dolore.
E lui vorrebbe tanto fare il papà, ma io non voglio piu' fare la mamma da quando ho visto la mia perdere una figlia. Non voglio piu'. Forse non l'ho mai voluto.
A quasi 38 anni mi sento di dire che questo è il mio destino, in questo destino non c'è un figlio, esattamente come non ci sarà una sorella amatissima, anche se c'è stata.

Questi miei giorni, sereni o disperati,  sono come un panno intriso di acqua sporca, sporchissima
Basta strizzare ed esce il dolore.