31 luglio 2018

TABU' NUMERO 4

Quello che nessuno ti dice quando la vita ti mette di fronte a grandi dolori è  quello che io avrei avuto bisogno di sentirmi dire un paio di anni fa, seduta sul pavimento dell'ospedale mentre mio padre moriva, dopo aver perso mia sorella sei mesi prima, da un minuto all'altro.

Lo avrei voluto sentire da me stessa, ma in questi anni non ci sono mai riuscita, presa come sono stata da queste frasi motivazionali che vado raccontandomi davanti allo specchio ogni mattina per farmi coraggio in mezzo al marasma di presenze dolorose che infestano la mia vita.

Forse è ora che me lo dica.

Chi ti incoraggia tende sempre a dire, perchè non si sa mai che cazzo dire, che il dolore sarà una opportunità per crescere, per capire il senso della vita, per dare un significato ad ogni attimo trascorso, per scoprirsi piu' forti, piu' preparati.
Per capire l'essenza.
Per rinascere.
Io me lo sono detta un milione di volte in questi anni, in attesa di una rinascita fisica e mentale.

Ve lo racconto come è.
Questa rinascita fisica e mentale non è mai arrivata veramente.

E' la verità. Non tutti stanno di nuovo bene, o quanto meno, non stanno bene  dopo meno di tre anni.
Non c'è un premio, non si vince nulla, non si è ripagati di nulla.
Dopo questo tipo di dolore, non c'è niente di facile.

Il mio dolore è intatto nella sua crudezza esattamente come tre anni fa, 
con la differenza che la vita è andata avanti e le esperienze quotidiane hanno cambiato tutto il sistema solare della mia esistenza.

La vera verità, quella che nessuno ti dice, è che si predica la positività quando le cose vanno come vorremmo che andassero.
 E anche in quel caso, alle volte, in maniera del tutto legittima, alcuni di noi sono infelici e non trovano il senso di nulla. Credo si chiami depressione. 
Ma non andiamo fuori tema.

Io questa cosa me lo devo dire.
Devo dirmi che non voglio , per lunghi periodi , avere a che fare con il genere umano, voglio smettere di lavorare, non voglio gioire della gioia altrui, non voglio fare finta.
Non mi vergogno del mio essere lamentosa.
Non mi vergogno della mia invidia.
Fondamentalmente, non mi vergogno mica di essere diventata una creatura spregevole e cattiva.

A costo di restare sola sulla faccia della terra insieme al mio egoismo,
io ho il sacrosanto diritto di stare male.

Non posso utilizzare le regole del quieto vivere per trovare la felicità, dopo quello che è accaduto.
Non posso utilizzare le regole valide nel mondo di chi non ha la propria famiglia distrutta.
Lavoro, casa, amici, cene fuori, famiglia (?), figli, concerti, commemorazioni.
Tutto questo NON funziona per me.

E' la frenetica quotidianità  che ti salva.
Questa è una menzogna.
Io ci sto dentro questo inferno, e vi dico con assoluta certezza che non è così.
Accetto il fatto che i miei ritmi lavorativi non sono compatibili con il mio desiderio di stare in pace. 
Accetto il fatto che non ce la faccio a restare concentrata.
Accetto il fatto che alle volte pensare a mia sorella genera immobilismo, accetto il fatto di restare senza fiato.
Accetto che ci sono intere giornate di fila in cui desidero ancora morire.
Accetto il fatto che subisco il colpo di equilibri instabili e bipolari quando si tratta di festività o occasioni, Natali, estati, e mentre per gli altri le ferie sono la cosa piu' bella della terra, per me è sradicamento dal mio equilibrio precario, che richiede molta concentrazione e costante impegno.

Ho bisogno di piangere, anche al lavoro, per parecchie ore di fila.
Il pianto è una medicina e non avere la possibilità di farlo per forza di cose mi lascia senza forze.
Questo non mi è piu' accettabile.
Il mio non è un dolore consolabile, mia sorella mi manca come se avessi perso l'anima.

Sono grassa, soffro di binge da così tanto tempo che non ricordo piu' che cosa si prova ad avere un corpo imperfetto ma normale, vestire una quarantotto, vedermi bella, nel modo in cui io posso essere bella. Sono deformata e questo non va bene.

Vorrei potermi curare davvero.
Lasciare andare le responsabilità.
Andare in seduta due volte a settimana, andare in palestra e fare quello che davvero mi piace, senza incastrare orari assurdi, senza sbattermi, andarci la mattina quando sento le energie e poi lavorare un poco. Al pomeriggio concedermi riposo, sosta, amore verso me stessa.
La sera passarla con mio marito. Amarci, senza essere stanchi, sempre, in ogni fibra.
Accarezzare i miei gatti, per ore.
Ho bisogno di dormire, sarebbe la cura alla mia infelicità.
Non dormo mai, sono sempre tesa.
Ho spesso paura di morire, e mentre ho paura di morire, o che mia madre muoia, io lavoro, gestisco eredità, svuoto case abitate da sorelle bellissime, compro case a Roma,  seppellisco altri membri della famiglia.


Tutti mi hanno detto di non mollare, di progettare, viaggiare, sognare, non smettere di sperare che le cose andranno meglio.
Non mollare.

Io invece ho bisogno di mollare.

Il tabu n. 4 
 MOLLARE. 



Per Anna, che non avrebbe mai scritto questo tabù n. 4, ma forse invece sì.
Nota dell'autrice: aspettate di leggere il tabù n.5.





3 commenti:

Anonimo ha detto...

Come stai? Domanda stupida, probabilmente.. ma se c'è una cosa che ho capito ultimamente è che non bisogna portare qualcuno al punto di sentirsi solo...e per quanto stupido o banale possa sembrare qui c'è sempre qualcuno per te.

Lagattallardo ha detto...

Sto bene. E sto male.
Come tutti.

Grazie Anonimo (a) , non sono mai sola.

Tortora Giuseppe ha detto...

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